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Nepal, dopo la piena: una catastrofe ancora in corso

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Pubblicato il
25 Settembre 2026

A un mese dall’alluvione del 26 agosto, il Nepal è ancora dentro l’emergenza. Mentre continuano le ricerche dei dispersi, nelle comunità colpite emergono bisogni sempre più complessi e prende forma la lunga strada verso la ripresa.

In questo articolo raccontiamo cosa sta accadendo oggi, quali sono le sfide ancora aperte e come Apeiron sta seguendo la situazione sul campo, attraverso la propria rete locale e in coordinamento con gli altri attori della risposta.

Buona lettura e un rinnovato grande GRAZIE a chi, in tanti modi, ci sta dimostrando la sua vicinanza!

Un mese dopo, l’emergenza continua

Ad un mese dall’alluvione del 26 agosto, in Nepal la fase dell’emergenza non è ancora finita. Le operazioni di ricerca e soccorso continuano, migliaia di persone risultano ancora disperse e intere comunità stanno cercando di capire come ricominciare dopo aver perso case, infrastrutture, mezzi di sostentamento e, in molti casi, persone care.

Per Apeiron, che lavora in Nepal da oltre vent’anni, questa è una crisi che conosciamo da vicino e che stiamo seguendo attraverso la nostra rete locale, mantenendo al centro una domanda semplice ma fondamentale: dove possiamo essere davvero utili, senza aggiungere confusione a un’emergenza già estremamente complessa?

Il 26 agosto: una piena devastante

Il 26 agosto una violentissima piena ha colpito la valle dei fiumi Bhote Koshi e Trishuli, devastando soprattutto i distretti di Rasuwa, Nuwakot e Dhading, ma con conseguenze che si sono estese lungo il loro corso.

L’evento è stato innescato dal collasso di una massa glaciale nell’area himalayana, provocando un’enorme onda di acqua, ghiaccio, fango e detriti. In pochi minuti sono state travolte abitazioni e insediamenti, strade e ponti, impianti idroelettrici, attività economiche e infrastrutture essenziali. La violenza dell’evento ha inoltre reso estremamente difficile persino comprendere la reale dimensione della tragedia.

Secondo gli ultimi dati disponibili della National Disaster Risk Reduction and Management Authority (NDRRMA), al 20 settembre 2026, quasi quattro settimane dopo l’alluvione, 13.784 persone sono state tratte in salvo, 1.451 corpi sono stati recuperati e 5.786 persone risultano ancora disperse, tra cui 636 cittadini stranieri.  Sono dati ancora in evoluzione, perché le operazioni di ricerca e identificazione continuano e molte delle aree più colpite sono tuttora molto difficili da raggiungere.

Dietro questi numeri ci sono migliaia di famiglie che ancora non sanno che cosa sia accaduto ai propri cari.

La ricerca dei dispersi continua

Uno degli aspetti più drammatici di questa emergenza riguarda le persone rimaste intrappolate nei tunnel degli impianti idroelettrici.
Squadre specializzate provenienti da India, Cina e Repubblica di Corea stanno lavorando insieme alle forze nepalesi. A queste si sono aggiunti team di ricerca e soccorso provenienti da Emirati Arabi Uniti, Malesia e Australia, oltre a mezzi e tecnologie messi a disposizione da diversi Paesi.

Le operazioni interessano numerosi impianti idroelettrici lungo il corridoio del Trishuli. Il Governo ha inoltre richiesto alla comunità internazionale ulteriori strumenti specializzati: droni ad alta capacità, sistemi LiDAR, droni subacquei, generatori, pompe ad alta capacità, kit per l’identificazione tramite DNA e attrezzature specifiche per il soccorso in fango e tunnel.

Non è solo una questione di trovare eventuali superstiti. È anche necessario identificare le persone decedute e restituire i corpi alle famiglie, affinché possano celebrare i riti funebri e iniziare, per quanto possibile, un percorso di elaborazione della perdita.

Per questo squadre forensi provenienti da India, Cina, Giappone, Singapore e Corea del Sud stanno affiancando le autorità nepalesi nel lavoro di raccolta e analisi del DNA.

Un’emergenza anche logistica

In molte delle aree più colpite, il problema non è soltanto la disponibilità degli aiuti: è riuscire a portarli dove servono.
Ponti e strade sono stati distrutti o gravemente danneggiati, mentre frane e detriti continuano a rendere difficili gli spostamenti. Alcune comunità montane sono raggiungibili con estrema difficoltà e, in determinati momenti, soltanto attraverso elicotteri.

Il Governo sta lavorando al ripristino della viabilità, dell’elettricità e delle telecomunicazioni. Un esempio recente è la riapertura del ponte Acrow sul fiume Tadi, a Devighat, lungo la strada Galchhi–Trishuli. Ma ripristinare un collegamento non significa automaticamente che gli aiuti arrivino a tutti.

È proprio nelle comunità più isolate che il rischio di rimanere invisibili può diventare maggiore.

Dal primo soccorso ai bisogni meno visibili

Nei primi giorni dopo una catastrofe di questa portata, le priorità sono evidenti: acqua, cibo, coperte, vestiti, farmaci, riparo.

Con il passare dei giorni, però, emergono bisogni diversi e spesso meno visibili.

Le persone ospitate nei centri temporanei hanno bisogno di acqua e servizi igienici adeguati, di spazi sicuri e riservati, di illuminazione, di prodotti per l’igiene personale e mestruale. Donne e ragazze possono avere esigenze specifiche che non vengono necessariamente intercettate dalla distribuzione di kit generici.
Ci sono bambini e bambine che hanno perso uno o entrambi i genitori, persone con disabilità che hanno perso i loro ausili essenziali per l’autonomia, donne incinte o che allattano, anziani, famiglie che hanno perso la propria principale fonte di reddito.

E c’è un’altra questione che diventa sempre più urgente: che cosa succede quando il centro di accoglienza non è più una soluzione sostenibile?

Alcune famiglie potrebbero riuscire a lasciare i centri collettivi e trovare una sistemazione in affitto se ricevessero semplicemente alcuni beni essenziali – per esempio un fornello, una bombola, utensili per cucinare e altri beni di base. Per altre, invece, tornare a casa non è ancora possibile perché la casa è stata distrutta o si trova in una zona non sicura.

La risposta, quindi, non può essere uguale per tutti.

Il Governo nepalese e la risposta internazionale

Il Governo del Nepal sta guidando le operazioni di ricerca, soccorso e assistenza attraverso la National Disaster Risk Reduction and Management Authority (NDRRMA), l’esercito, la polizia, le forze di polizia armata e le autorità provinciali e locali.

Parallelamente, il sistema umanitario internazionale si è mobilitato a sostegno della risposta guidata dal Governo.

Il 4 settembre le Nazioni Unite e i partner umanitari hanno lanciato un appello da 49,6 milioni di dollari, con l’obiettivo di raggiungere oltre 84.000 persone nei quattro mesi successivi, concentrandosi sui principali bisogni ancora scoperti: acqua e servizi igienici, salute, protezione, riparo, assistenza alimentare e sostegno alle comunità più difficili da raggiungere.

Anche diversi Paesi hanno messo a disposizione personale, mezzi, attrezzature e risorse finanziarie. La sfida, tuttavia, non è soltanto raccogliere risorse. È coordinarle, evitare sovrapposizioni e fare in modo che raggiungano effettivamente le persone che ne hanno più bisogno.

È un problema che in Nepal conosciamo bene: in alcune aree gli aiuti possono arrivare in quantità considerevole, mentre comunità più remote o famiglie particolarmente vulnerabili rischiano di ricevere molto meno.

E dopo l’emergenza?

La dimensione della distruzione rende evidente che la fase dell’emergenza non sarà che l’inizio.
Il Governo nepalese sta valutando danni e bisogni più urgenti e, parallelamente, sta preparando una valutazione più ampia per definire perdite e costi della ricostruzione.

Le prime stime indicano una situazione enorme: migliaia di abitazioni danneggiate, infrastrutture stradali e ponti distrutti, terreni agricoli compromessi e numerosi impianti idroelettrici danneggiati. Le stime sul costo complessivo della ricostruzione si collocano nell’ordine di diversi miliardi di dollari.

Ma il Nepal sta introducendo nella discussione un tema ancora più importante: la giustizia climatica.

Anche diversi Paesi hanno messo a disposizione personale, mezzi, attrezzature e risorse finanziarie. La sfida, tuttavia, non è soltanto raccogliere risorse. È coordinarle, evitare sovrapposizioni e fare in modo che raggiungano effettivamente le persone che ne hanno più bisogno.

È un problema che in Nepal conosciamo bene: in alcune aree gli aiuti possono arrivare in quantità considerevole, mentre comunità più remote o famiglie particolarmente vulnerabili rischiano di ricevere molto meno.

Il Nepal chiede che la ricostruzione sia anche una questione di giustizia climatica

Il Nepal contribuisce in misura molto limitata alle emissioni globali di gas serra, ma è tra i Paesi fortemente esposti alle conseguenze del cambiamento climatico.
Il Governo sta quindi cercando di portare la tragedia del 26 agosto oltre la dimensione della semplice emergenza nazionale, chiedendo alla comunità internazionale di riconoscere una responsabilità condivisa nei confronti dei Paesi più vulnerabili agli impatti della crisi climatica.

La richiesta non è semplicemente quella di raccogliere fondi per ricostruire ciò che è stato distrutto. È quella di riconoscere che chi contribuisce meno al cambiamento climatico spesso ne paga alcune delle conseguenze più drammatiche.

Il Nepal sta parlando di una necessità di ricostruzione che potrebbe raggiungere i 5 miliardi di dollari e si sta preparando a portare questa istanza anche sulla scena internazionale, in vista dell’intervento del Primo Ministro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

È un passaggio importante: dall’idea di “aiutare il Nepal dopo un disastro” a quella di sostenere un Paese vulnerabile nel fronteggiare conseguenze di una crisi climatica globale.

Dove siamo noi

Per Apeiron, davanti a una crisi di questa portata, la prima responsabilità è stata quella di non agire d’impulso.

Con Apeiron Nepal siamo in contatto con la nostra rete locale e stiamo raccogliendo informazioni direttamente dalle persone e dalle organizzazioni presenti sul territorio. Apeiron Nepal partecipa inoltre ai meccanismi di coordinamento umanitario e di protezione a Kathmandu, mantenendo un collegamento con il quadro più ampio della risposta e con le informazioni che arrivano dalle aree colpite.

Abbiamo già sostenuto primi interventi con beni essenziali e continuiamo a verificare dove esistano bisogni reali e non ancora adeguatamente coperti.
In parallelo, stiamo dialogando con organizzazioni locali che stanno effettuando sopralluoghi e valutazioni sul campo, tra cui FOCUS Nepal e PRERANA.

Quello che stiamo cercando di fare è molto concreto: capire dove gli aiuti sono già arrivati, dove invece ci sono ancora lacune e quali persone rischiano maggiormente di rimanere escluse dalla risposta.

Per questo non vogliamo semplicemente distribuire “qualcosa” perché serve un aiuto immediato. Vogliamo che ogni intervento sia coordinato, verificato e orientato alle persone che ne hanno maggiore bisogno.

Non lasciare indietro chi è più difficile da raggiungere

In questa fase, per noi, questa è forse la questione più importante.
La vulnerabilità non coincide necessariamente con la facilità di accesso.

Una comunità vicina a una strada principale può ricevere più aiuti di una comunità isolata in una valle laterale. Una famiglia inserita in un centro ufficialmente registrato può essere più facilmente raggiunta di una famiglia che vive temporaneamente presso parenti. Una distribuzione generale può non intercettare le necessità specifiche di una donna, di una ragazza adolescente, di una persona con disabilità o di un bambino o una bambina che ha perso i propri riferimenti familiari.

Per questo la nostra attenzione è rivolta soprattutto alle persone che rischiano di diventare invisibili dentro una grande emergenza.

E non pensiamo soltanto ai prossimi giorni.

L’emergenza finirà, prima o poi. Ma per molte famiglie la crisi continuerà quando i riflettori si saranno spenti: quando sarà necessario trovare una casa, ricostruire un reddito, tornare a scuola, affrontare un lutto, recuperare documenti e servizi, ricostruire relazioni e sicurezza.

È lì che comincerà la parte più lunga della strada.

Continueremo a raccontarvela

Quello che sta accadendo in Nepal è ancora in pieno svolgimento. I numeri cambiano ogni giorno, le informazioni vengono verificate, nuove aree diventano accessibili e nuovi bisogni emergono.

Per questo vogliamo raccontare questa emergenza anche nei prossimi giorni e nelle prossime settimane: non soltanto attraverso le cifre della distruzione, ma attraverso le persone, le comunità e le scelte che accompagneranno il Nepal dalla fase del soccorso a quella della ricostruzione.

Apeiron è accanto alle comunità nepalesi da molti anni. Oggi, ancora una volta, vogliamo esserci con attenzione, responsabilità e concretezza.
Scopri il nostro progetto di risposta all’emergenza in Nepal.
Per mano, verso la parità di genere. Anche nell’emergenza.

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